lunedì 12 gennaio 2026

L'oggetto inesauribile: Pacini



Si può dire che l’intento principale che emerge da una analisi sommaria delle opere di Giancarlo Pacini sia quello di creare un'estraniamento nei confronti dell’oggetto, estrapolato dal contesto di una quotidianità ripetitiva.

Infatti l’oggetto, vale la pena di dirlo, viene - letteralmente - vissuto dall'artista, riscoperto in quanto cosmo vivente in tutte le sue venature ed i suoi risvolti micro tridimensionali; è infatti in un oggetto che, ad avviso di Pacini la vita lascia le sue tracce, ed il lavoro dell’artista spinto fino quasi al fanatismo dell’artigiano per il quale è questione di vita o di morte lasciare al caso, ha la funzione di trovare nella materialità dell’oggetto una propria vita: che è anche la vita del fruitore, poiché il lavoro di Pacini tende a convertire in superfici le cumulazioni del profondo.

Nulla di più lontano quindi da un’estetica del limite o da un’estetica della matematizzazione degli oggetti, bensì l’impiego di strumenti tecnici per immergere l’oggetto, il grande protagonista, in un bagno di luce.

Così il pane e la lana come qualsiasi altro oggetto (anche banale: cito l’esempio dei cucchiaini e della pastina da minestra) riacquistano delle valenze inusitate diventano occasioni per un rispecchiamento energetico.

È chiaro che in Pacini, come in qualunque altro artista, sono determinanti credenze ed interessi attinenti alla sfera del self, ma in lui tutto si oggettiva in un mondo (o se preferiamo, un cosmo) da esplorare nelle sue minimalità.

L’opera di Pacini è e non è però giocattolo per occhi e cervelli: la dimensione negativa dell’oggetto, cioè la sua mercificazione viene pesantemente ironizzata ad ogni piè sospinto, in nome di quella che per Pacini è la più vitale affermazione di valori:

l’affermazione (oggi mito, favola, «fantascienza», e per questo ancor più affascinante) della liaison fra microcosmo e macrocosmo attuabile sul piano umano fino a raggiungere l’identità fra le due entità.

Quindi il rifiuto ancora una volta è un rifiuto dei limiti, del «tono medio», del livello «normale» della percezione, a favore delle inesauribili e «originarie» possibilità fantastiche iscritte nella concreta materialità dell’oggetto.



[da Scala B, febbraio 1975 - Presentazione della mostra di Giancarlo Pacini, 22 marzo - 10 aprile 1975]








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