martedì 15 gennaio 2019

musica per orchi



musica per orchi, interludio pirmo, da franz kafka: non c'è bisogno che usciate dalla stanza, restate seduti alla scrivania ad ascoltare, non ascoltate nemmeno, aspettate semplicemente, non aspettate nemmeno, il mondo vi si offrità liberamente per essere smascherato, non ha scelta, rotolerà in estasi ai vostri piedi.



domenica 30 dicembre 2018

legenda - allegoria del simulacro autobiografico


johnny 23: essendo per lui il sigaro una fonte di calma magica precisamente, nell'istante esatto né prima né dopo alcun minuto il paesaggio o antipaesaggio di colpo illuminato vi danzano linee lettere figure colori senza nulla rappresentare vivida l'ombra vi canta in zampilli di puro piacere il gaudio ne beve lo sguardo di tanto fulgore finché la luce si spense e fu buio, sia allora il celestiale fin dentro un cuore malgrado sé ancora. planetario a splendere e risplendere dicendosi in un canto di silenzio altro non potendosi dire che un'epigrafe finale, da andersen, all'udire quel canto anche la morte si arrestò











giovedì 20 dicembre 2018

la morte del primo scorpione


probabilmente fioriva oltre la grata la curva iridescente
intorno ai monti (il veleno che portava nella
coda essendoselo inoculato anni prima
terminava di circolare e doveva essere così
il defilarsi dei motivi, erba e
luce, tremule, liquide
all'occhio.


sabato 15 dicembre 2018

aegyptiaca


L'angelo dal corpo come folgore alexandria nelle coordinate dell’apparenza lei subitissimo penetrata da tre lati nella successiva demoltiplicazione  di traiettorie posture come dove quel che cercasse e già da sempre avesse trovato, nelle periferie aride e disadorne di qualche ss Gerusalemme così presa in faccende di offenbarung esercizio, askesis, nella curva di ritorno fra sé e sé lei lì blu dal godere nel disegno di un sogno, il fallo d’oro da silenzi desertici e dal buio pestissimo non essendoci
più alcuna coscienza per conservare almeno il ricordo di quel moto effimero attraverso qualche tratto subito cancellato - il verbale abrogato che essi accaddero cioè nulla




giovedì 13 dicembre 2018

la lettera cinese di e. pound attraverso i cantos




Confucio era solito trarre, da ogni singolo verso di un'ode, insegnamenti vasti come sistemi e dettagliati come trattati filosofici; Pound aspirò, in ogni proprio verso, alla dimensione dell'ode, questo il suo progetto, il suo invio. Ogni verso è universo. Di questo risponde ogni lettura poundiana. Il rigore dello scriptor: fedeltà alle immagini. Va da sé che nel moderno la fedeltà alle immagini volga in defigurazione, fatalità vuole che vi siano sempre in agguato un Bacon, un Giacometti, un Picasso; un Ezra Pound o un James Joyce. Epifanie del moderno. Ogni trasmissione è tradimento: si ipotizza l'identità di un messaggio laddove vi sono pure differenze, singolarità irriducibili. I segni del nuovo, i soli capaci di richiamare in scena quanto da antichità remotissme si teneva come perduto. Per brevità si dice: il mito. Il mito è una parola. Una parola è una lettera. Come accade questo nei Cantos? In un dire: la pluralità del testo mitico si mostra, nella fanopea dei Cantos come in Finnegan's wake non sotto la forma sistematizzata di un qualunque ordine narrativo, ma attraverso intensità ritmiche che la scrittura mira a rendere percettibili nel corpo della lettera. La storia, incubo joyciano e da ultimo - per Pound - irrecuperabile cumulo di rovine, deposito infernale, si dissolve in immagini e segni; mythos ed epos si traducono in figure immobili, circolarmente disposte verso una traiettoria di fuga, in tutti i sensi della parola fuga. È un borgesiano altrove, la lettera come aleph, il nessun luogo in cui tutto converge.
Fantasmi cinesi attraversano i Cantos fin dall'inizio. Il primo in ordine di apparizione non è però, come ci si potrebbe aspettare, quel Confucio non privo di stereotipi del quale il Pound "politico" ama assumere la maschera, ma Zhuangzi, uno dei massimi esponenti del taoismo classico, in tutto e per tutto antagonista del confucianesimo; questi viene evocato nel c. 2 sotto il nome di So-shu:

So-shu churned in the sea.

Più in là, nello stesso canto, il tema taoista viene ripreso ed amplificato in uno scenario macrocosmico:

So-shu churned in the sea, So-shu also,
using the long moon as a churn-stick...

Si tratta di una presenza la cui irruzione pare preventivamente porre tra parentesi l'ortodossia confuciana tutta, successivamente dichiarata; consente di leggere infatti, lungo il sintagma dei Cantos, due distinte modalità di impiego nella letteratura cinese: l'una esemplificatrice, precettistica, pedagogica, ove il carattere riprodotto aspira allo status di mot juste, in sintonia immaginaria ed immaginata con la dottrina della rettifica dei nomi (zheng ming); l'altra volta alle risorse poetiche di una scrittura che è segno, ben prima che vocabolo. L'aporia del confucianesimo linguistico di Pound pare proprio nascere dal semplicissimo fatto che il significato di un carattere cinese muta a seconda del contesto: si tratta di un'aporia subita inconsapevolmente, destinata comunque a rigenerare la lingua poetica di questo secolo. Se ne trova un indizio letterale nel primo carattere riprodotto nei Cantos, xin (c. 25) al quale è affiancata la lettura:

CONSTANS IN PROPOSITO...
JUSTUM ET TENACEM

dopo un rimando a Morse nel verso precedente; piaccia qui ricordare che xin indica, oltre che "sincerità", "fiducia", "credere in" etc., "una lettera", "notizia", "invio", "corrispondenza"; e che la semantica esplicitata nella frase latina - spazio deformante della traduzione - è pochissima cosa in confronto alla portata che il carattere assume quando se ne colgano le insite stratificazioni. Si deve probabilmente al reiterarsi di tali dispositivi di senso il passaggio da una competenza sinologica fin de siècle (quella ereditata da Fenollosa) al riuso, in chiave compositiva assolutamente moderna, dei segni di una tradizione remota, che qui paiono assumere la funzione dell'oro e della luce nelle icone bizantine. Pare appunto quella Byzantium di Yeats che Pound disdegnava in quanto paradis artificiel, artificio dell'eternità; identificata sul versante cinese secondo il solito doppio registro: sogno imperiale e metafisico della luce e dell'immoto, desunta quest'ultima dal più metafisico dei classici confuciani, lo Zhongyong e quello maggiormente imbevuto di elementi taoisti fatto coincidere, in sede di traduzione e riscrittura, con l'ambito della speculazione neoplatonica che gli fu più cara (Riccardo di San Vittore, Gemisto, il Plotino rinascimentale). Sono questi i processi che costituiscono l'experimentum. Tale tradursi di tutto in figura comporta all'interno di ciascuna di esse altre figure e così all'infinito: al carattere xian (composto dai radicali del sole, dei fili di seta e della testa) tratto dallo Zhongyong è associato l'omnia sunt lumina dell'Eriugena, epifania rinnovata del moderno, mediante i segni dell'antico. La riduzione della qualità mitica ai più antichi rapporti fra suono ed immagine che secondo Jesi accomunava i Cantos e Finnegan's wake, si espande nella lettera. Da ciò, in entrambi, un andamento paradisiaco della nominazione, analogia dantesca, paradiso del linguaggio, quello stesso che dalla frase di Valéry si riversa nel poema di Lezama Lima e altrove. Indicazioni precise vengono offere dallo stesso Pound: lo splendore celeste è richiamabile "col ripetersi una dietro l'altra tutte le cose belle conosciute". Il tema estatico del paesaggio sinogiapponese del cosiddetto "canto dei sette laghi" e il motivo di Kuanon-Guanyn filtrato da uno stilnovistico troubar ("la donna contiene tutto il catalogo, è più completa; ella serve come una specie di mantra") paiono confermare questo tracciato

C. 29: And a world is coverted by jade

Non diversamente la Yourcenar di Novelle orientali: "Il pittore Wang-fo e il suo discepolo Ling disparvero per sempre sul mare di giada azzurra che poco prima Wang-fo aveva inventato".
Ezra Pound, da Roma, 8.1.1938: "L'inglese è a metà strada fra le lingue flessive e il cinese". Forse questo è il punto di crisi, da intendersi come turning point che determina il cammino metamorfico e commutativo dell'invenzione del linguaggio nei Cantos, da sé a sé, e la comoedia tutta del moto ascendente e discendente fra inferi e paradisi. Sontuosissima ed essenziale maschera, quest'ultima, per dantesche anagogie della "luce indivisa" e dell'"immoto interpenetrante le dimensioni euclidee"; artifici dell'eternità, le immagini degli dei (trattenute nella scrittura e nel suono), come i mosaici bizantini, conducono l'anima ad immergersi negli splendori della contemplazione. "For the seven lakes, and by no man these verses": così principia il c. 49 che si chiude con

Imperial power is? and to us what is it?
The fourth; the dimension of stillness.
And the power over the wild beasts.

Nulla di più remoto dal "confucianesimo poundiano", da qualunque scienza di governo, buona o dispotica che sia, da ogni economia produttiva ("they are a people of leasure") o rappresentativa imposizione di imperativi categorici. Epos della fuga, in tutti i sensi della parola fuga. Di tale fuga i Cantos sono probabilmente la partitura, essendo ogni letteratura autobiografia: anzitutto del lettore. Il motivo paradisiaco del c. 49 prefigurante quelli dell'ultima cantica, pare che derivi da un libro a soffietto giapponese in possesso dell'autore, contenente otto raffigurazioni paesaggistiche lacustri accompagnate da iscrizioni; nel pieno del ciclo altrimenti dedicato e intitolato alle riforme leopoldine, uno splendido apocrifo apre così le porte su altri universi.
Un dichiarato e proclamato spirito antitaoista ed antibuddista, mutuato di peso dal filosofo neoconfuciano di epoca Sung Zhuxi in nome dell'ortodossia, non ha impedito a Pound di darci frammenti di estetica wabi nel c. 49 (semplicità, povertà e isolamento ne sono i canoni informatori, di chiara derivazione taoista e zen); né tanto meno di porre in una posizione di massimo rilievo in quel pantheon femminile che per lunghi tratti sono i Cantos la figura di Kuanon, derivante dalla cinese Guanyn, personificazione femminle polimorfa del bodhisattva Avalokitesvara.



C. 87: nella 3^ sfera non discutere
su cui, il loto, la bianca ninfea,
Kuanon, le mitologie
noi che abbiamo varcato il Lete


C. 90: dal vento sotterraneo
m'elevasti
per mezzo del grande volo
m'elevasti
Isis Kuanon


C. 84: e in questo giorno l'aria si aprì
per Kuanon di tutte le delizie

Siamo con le invocazioni, le litanie e gli inni, ad una ulteriore metamorfosi di Avalokitesvara-Guanyn-Kuanon: dopo quella estremo orientale, dalle regioni dell'India e del Tibet fino al Giappone attraverso la Cina, a quella estremo occidentale dalle connotazioni isiache e afroditiche, energia unificatrice della natura e liberatrice dell'anima. La restitutio in integrum della Guanyn cinese (Kuan-yin nella traslitterazione poundiana) pare però accadere nel c. 97, ove il verso "Kuan-yin alla balaustra d'oro" è sovrastato dal carattere cinese ling, composto dal radicale della pioggia (yu), da quello della bocca (kou) ripetuto tre volte sotto il primo ed infine nella parte inferiore dal carattere indicante lo sciamanesimo (wu). Quest'ultima componenee è sottolineata dal poeta nel c. 104 scrivendo prima ling e richiamando successivamente il carattere wu, Nello stesso canto una successiva fanopea è associata al medesimo carattere:

Di cielo blu e di gatto selvaggio
Pitonessa
i piccoli seni neve soffice al di sopra del tripode
ling sotto la nuvola
le tre voci

Dopo infruttuosi tentativi di assimilare ling, designante una forza magica, alle virtù confuciane e alla great sensibility che fonderebbe le dinastie, Pound fornisce qui una impeccabile sinoetimologia, leggendo alla lettera i due radicali superiori presenti nel carattere. Da tali inquadrature frammentarie, forse all'apparenza periferiche è possibile risalire alla profonda duplicità che anima in Pound l'impiego dei caratteri cinesi; vi assegna da un lato (quello più vistosamente coglibile) una funzione pedagogica, didascalica ed illustrativa, che nei cosiddetti "canti cinesi" tenta addirittura di esplicitare in chiave storiografica ed annalistica; dall'altro - e sono i casi meno evidenti e i passi più intensi, usa l'ideogramma come mezzo di poesia; xenoglossia intensiva, né più né meno che nel poco amato Joyce del work in progress, abbattimento delle barriere istituzionali della lingua, epifania del moderno, poesia che rischiosamente esperisce se stessa nel corpo della lettera. È il silenzio della scrittura, che in un succedersi di superfici derealizzate, accoglie un ritmo polifonico, chaosmos irriducibile a qualunque ordine che non sia il proprio. In questo senso i Cantos sono, come Beckett aveva compreso di Finnegan's wake, la cosa stessa e non la rappresentazione di alcunché; sono quell'arte (vi si comprendano Picasso e l'astrazione, musica e cinematografia nell'ambito delle cosiddette avanguardie di questo secolo) che ancor oggi, da molte parti si finge non esservi mai stata.




lunedì 10 dicembre 2018

estate del settantacinque


estate del settantacinque aperta umida ferita
Che vai pensando per i campi di luglio corvi che volano alto calore che
sale dal suolo
ronzanti stilemi blasfemi dalla scopa che solleva polveri dal
pavimento in terra battuta ronzare calura molle curva che morbidamente
s'indora nell'ombra azzurrina a cosa se stillano
non immagine o madrefigura
nulla
precisamente
nulla
cos'hai innestato?
cos'hai sostituito?
quadro cinese bimba cane
calma illimite del vuoto
in cima al pendio ove brillavano mine
brulicavano anime minestre ancestrali
"l'artificio più sterile e corrotto"


7 - 75



mercoledì 5 dicembre 2018

di noie paranoie nervi dilaniati...



Di  noie paranoie nervi dilaniati
Servi licenziati ubriachi allo sbando così sembra
Epperciò: sta nel poscritto nell'idiotismo
Nel cancellabile per sempre con tutta l'azienda.
All'impromptus per sfioramento la veste della fata
La carezza di un angelo il sussurro ininterrotto
Di un mistero lei là a pisciare sulla turca baciata
A lingua in gola che conduce alla vita eterna amen
Dg, almanacco, plateau, demoiselles  d'honneur
Hommage à Franz Schubert- ave maria-bloody mary








venerdì 30 novembre 2018

a occhi di angelo


a occhi di angelo e mani disabilitate al mondo, queste pagine di frasi che arrivano dopo il futuro, così si allontana la pavana con la sua strana grazia. Essa avanza, dolente e lontana, fra le seconde sfiorate e i gradi camaleontici. Qualcuno muore ad ogni passo. Non si sa bene chi. Essa porta con sé in modo indefinito il lutto di tutte le tonalità sfiorite, svanite prima della loro nascita. Una pavana per la tonalità defunta (ibidem). uno spiegone e che tu ci sei. Ogni scompiglio di memoria è un evento di scrittura. lo studio sistematico, per dare sempre più rigorosa coerenza alle norme delle evoluzioni fonetiche, nulla può dirci delle reali origini e degli sviluppi delle voci antiche Vi sono parole fatte fluitare dalle onde di secoli remoti; giungono intatte sino a noi, ma non si possono accogliere solo col suono delle loro sillabe, occorre auscultarle acutamente per sentirvi dentro il loro segreto, come in una conchiglia si ascolta l'eco di oceani abissali. una mappa-cartina post asia, portare addirittura alla città nascosta - antipunti di riferimento: per ogni segno una cecità - tanta lotta terrena non è che illusione, la terra come superficie immaginaria. oscurare la propria luce così da camminare tranquilli. 




martedì 20 novembre 2018

appare



Appare. Tocca subito gli spiriti, oltre illusori diaframmi e membrane oltre ogni atmosfera che mente, e mentono sempre. Dice: "quanto passa dietro questa fronte non è tuo - in brevissimo tempo vedere". Per ora registrare l'accadere all'infuori del vederlo, un puro guardare che sconfina nel sentire.
Appare. È fuoco che fiorisce sulla terra, circondandola, ne è circondato, non si sa che sia questa corolla fiammeggiante.
Mentre reciprocamente si mangiano e danzano cielo e terra, è il guizzante sorriso a dischiudere luce argentea, ondeggiando come per dolcezza di vento, sono carezze, al di qua di ogni traduzione, al di qua è un'ipotesi, "danza roseo chiffon, striscia nella ventata", ecco: sempre più lontano da ogni segno dell'occidente, per lo meno da quello diurno, e non vi è che un occidente diurno. Stomaco dorme dietro il plesso.
Appare. Tocca subito gli spiriti, avanti alle luci indefinibili, c'è del verde, coltri cristalline invisibili se non di profilo, come ricurva liquidità incisa, navigano, ad una velocità non finita.
La trovo nella parola interminabile di una veglia, in felici sospiri e sorrisi, nello scintillio di sguardi innumeri. Cosa succede se il numero smette di rappresentare? Succede che è. Si sciolgono piedi, caviglie, polpacci, ginocchia, cosce, nella curvatura infinita, non si sentono più, il cervello teatro, molteplice schermo insostanziale, riceve.
Nella sua esattissima fino alla mostruosità ebrezza, incede.
Il disco di rame brilla, i riflessi che dà sono atipici, quasi di luna (ed è incredibile che). Qui, per una principessa in pericolo di vita, a trascrivere nonsochesia.
Incede. Il suo moto circolare non si chiude.
Non un diritto, non un rovescio, ci sono ambedue.
Non "ciò che si può connotare".
La sua lucidità inimmaginabile e la sua ebrezza profonda non sono per essere distinte, senza continuità o soluzione di o della, niente all'infuori di questa miriade di prodigi librantesi oltretempo, esso il tempo può distruggere tutto, e lo distrugge, ma può essere distrutto, e viene distrutto, vedi come e quanto mirabile esserne recettore, e questa è la trasmutante onda, è il non fermarsi.







giovedì 15 novembre 2018

Pinot Gallizio: La spirale della vita



Se si intende la bellezza in senso metafisico di verità poetica, tutta l'opera e la vita di Gallizio sarebbero la dimostrazione pratica dell'equazione Blakiana: Bellezza = Esuberanza.
Se Pollock scava disperatamente la natura nelle sue forme più primordiali per raggiungere l'essenza vitale, per scoprire le radici cosmiche dell'essere, la loro sede ultima e la loro origine, Gallizio è già iniziato a questa noseologia vitale che si situa al vertice dell'esoterismo.
Tutta l'opera di Gallizio sembra dettata dal principio, tipico delle filosofie irrazionali dell'oriente, di una identità dell'individuo con l'universo da riportare a livello cosciente mediante un decondizionainento totale. E Gallizio ci dà la sua «spiegazione orfica della terra» attraverso una inventiva surreale, paradossale, gigantesca ed elementare, unica.
Un'avventura umana e artistica come quella di Pinot Gallizio non è certamente situabile in un contesto storico; è troppo traboccante di germi eterogenei, troppo esuberante, e soprattutto non è unidirezionale - poiché se di direzione si può parlare si deve dire che l'orientamento operativo di Gallizio è la sintesi vivente ed attualissima della sinuosa discontinuità di quella «spirale della Vita» (un simbolo arcaico che rappresenta il moto perpetuo ed il perenne divenire dell'universo) che compare in molti suoi dipinti con una ben precisa funzione. Per Pinot Gallizio la gestualità dell'informale Cobra non è, come lo può essere per Alechinski, la cristallizzazione ed il bloccaggio di un istante vitale, ma un atto liberatorio che è catapultato sul fruitore nella maniera più semplice che si possa immaginare, abolendo qualunque problematica di fondo (infatti, nessuno può negarlo, le opere di Gallizio sono sempre state estramemente coinvolgenti, basti pensare alla «caverna dell'antimateria»).
Sovente per Gallizio il gesto creativo (e non già più l'atto pittorico) diventa un happening, una liberazione di tutta una totalità interiore; in breve: il gesto di Gallizio abolisce i confini tra il Reale e l'Immaginario, capovolgendo radicalmente il rapporto che comunemente si instaura tra queste due categorie, ammesso e non concesso che si possano stabilire simili categorie senza creare uno sviluppo di pensiero opprimente ed incompleto, monco. Ed una ricerca come quella di Gallizio è sempre all'avanguardia dato il suo carattere sperimentalistico per eccellenza. Per lo speziale Pinot, l'alchimista, il colore diventa la materia cosmica primaria, da cui estrarre la pietra filosofale, l'inchiostro magico con cui tracciare un ideogramma che racchiuda la summa del totale, l'unità e l'integrità dell'essere, la mappa di un percorso interiore - oggi si dice un trip, un viaggio psichedelico, ed infatti la parola psichedelico deriva da termini greci che significano «scoprire l'anima» - quindi, data un'identità dell'animo individuale con l'essenza dell'universo, il trip diventa un'esplorazione del cosmo, al di là del tempo e dello spazio, che non ha altre caratteristiche se non quella di essere immane e ricca di possibilità insospettate. E quindi siamo portati a riconoscere in Gallizio il precursore dell'arte psichedelica, data l'essenza, appunto pschedelica, della sua poetica.
E nella sua chilometrica pittura a rotoli, riconosciamo un apporto notevole alle ricerche op e cinetiche sull'immagine in movimento, che l'artista riesce a creare in modo addirittura casuale, senza sforzo alcuno.
Trovarsi dinnanzi ad una tela di Gallizio, come può essere il «Teorema di Pitagora », è come guardare un cielo ove le nuvole traccino segni criptici e misteriosi che diventano leggibili come per magia e svelino all'osservatore nuove profondità interiori, corrispondenze mai immaginate, è un salto nell'Ignoto; il Teorema di Pitagora è da considerarsi la «Tavola smeraldina» di questo grande alchimista, di questo Ermete Trismegisto del XX secolo. A causa di tutti questi aspetti, sommariamente elencati e non analizzati in profondità per ovvie ragioni di spazio, il nome di Gallizio è indiscutibilmente legato ai nomi ed alle opere di tutti i pionieri dell'Ignoto e dell'Irrazionale di ieri e di oggi, a partire dagli antichi alchimisti con le loro meravigliose utopie per arrivare all'analisi del magico e dell'esoterico di Jung, alla parabola di Klein, alle filosofie visionarie degli ultimi americani (Ginsberg, MacClure, Corso, ecc.).
Scrisse Carlo Gramaglia: «Le tele di Pinot Gallizio sono intere favole: egli era un sognatore ad occhi aperti un inventore di moderne mitologie pittoriche che lavorava chilogrammi di colori vivacissimi, sgargianti, simili a colate di luna incandescenti. Inutile cercare un senso nelle sue esplosive colorazioni, in parte astratte, in parte simbolistiche, ora surrealistiche ora espressionistiche, sempre grondanti di un travolgente entusiasmo pittorico». Ed è vero: attraverso la sua stupenda favola visionaria, Gallizio ha dato a se stesso e a tutto, una ragione di essere viva e profonda, sempre attuale in quanto filosofia esistenziale nella propria elementare non-concettualità e primaria libertà di esistere.

[Presentazione della mostra "Pinot Gallizio", "Saletta Arte Contemporanea", Cuneo, 7-25 ottobre 1972]




Pinot Gallizio, L'ape regina



mercoledì 14 novembre 2018

carmina vel coelo possunt deducere lunam


Quali ombre, che fantasmi, quali carni e che pelli si trasfigurassero nel controluce azzurrato ed in cilestrine trasparenze, un succedersi di domande l'amore è felicità di parlare, nel dileguarsi di una scrittura nella quale si distendessero e rotolassero troie nella più irraggiungibile delle zone poi ancora più in là e più in dentro dove è la luce a reiterare le figure fosse quasi il fiammeggiare di una pelle la corona delle montagne remota per vetrate e inferriate lo sguardo solo puro niente,  è tempo che tu sia inculata.
né su di me né su altra dormendo l’inventai ad abbracciarla anch'essa la voce là dentro di te e anche dentro quale amore nel mutarsi di sestina in palinsesto in quel che ne siano il sogno la morte una mappa solum nella sua mente, di un mondo dove avrebbe potuto fuggire una terra per le immagini - poiché la poesia è volersi liberare dai vincoli del concetto e dei fantasmi, ella si scrive da sé, si tuit lo plor, se tace il pianto e cessano pavide trepidazioni allor s'odono i sonagli della fatina, gatti che sono miracoli e telefoni, exlibris zhuangzi, il secondo di numerosi. tornare subito, infinitamente le dico vieni ed infinitamente ella viene, fra il nero ed il verde ne schizza fuori luce del tamilnadu un biancore indefinibile null'altro che il favore delle tenebre alla frontiera di nulla così buonissima e spaventata - la dedicatoria è: La scrittura ha bisogno d’incontrare ciò che combatte, non in un’idea, in una semplice idea, come in filosofia, ma nella vita che s’insinua nelle esperienze più intime… ? sirventese dei vestitini la rondine ha queste due grazie: quando vola, è un grido, quando si posa, è un punto il piacere dell’attesa, quello della delusione dell’attesa, e quello dell’attesa della delusione, ricordate 



sabato 10 novembre 2018

nota


nota, il primo giorno d'agosto, di un parlarsi sublime fra le bocche e i sessi, disse, in un sussurro che aumentava d'intensità, né ancora s'è perso: sublime, questo parlarsi delle bocche e dei sessi, il che libera la parola da ogni funzione sociale. questo il primo e l'ultimo dono, quale musica vi si dipingesse, in codesta amorosa novella, pronuncia dispersa nei blocnotes.



venerdì 9 novembre 2018

Contemplare i suoni


Com'è che Avalokitesvara, in India e Tibet manifestazione del Budda in forma misericordiosa con caratteristiche maschili, o tutt'al più velatamente ermafrodite, passò in Cina? Là divenne donna. Molte donne. Qui se ne descrivono trentatrè corpi e se ne richiamano trentatrè appellativi, ciascuno portatore di una sua differente suggestione e storia. Quello con cui è maggiormente conosciuta e invocata è Guanyin shi: colei che contempla i suoni, oppure colei che contempla i suoni dell'universo; pare dunque che la sua funzione, all'interno del cosiddetto pantheon buddista del Grande Veicolo (mahayana) sia da collegarsi alla contemplazione attraverso l'ascolto. Questa molteplicità di personaggi ci parlano di molte cose: della potenzialità del suono come forza di liberazione e strumento di seduzione come anche dell'infinita metamorfosi e del poimorfismo del corpo femminlie, in un'area intermedia fra fisico e metafisico (si tratta propriamente del campo cui maggiore attenzione prestano certi cultori del buddismo). Se tutte le storie e le cose del mondo (cin.shi) danno un loro suono, solo delle dee, attraverso codesti corpi, possono udire e ascoltare.






lunedì 5 novembre 2018

dertritte grimm: nota dai frattempi



nota dai frattempi, dagli inframomenti, dai frattai frattanti e dal diario segreto di daisy duck trascritto da dertritte grimm: (poi) estatica cinse con le braccia la bambola più piccola, entrambe sedute sul pavimento ligneo, quella taceva nella silenziosa delizia d'essere toccata, l'universo si trovava altrove, dentro una taverna assai rumorosa, in cima ad un'erta salita a ridosso di un'altissima montagna.





giovedì 1 novembre 2018

un'intervista su satisfiction


Segnaliamo un'intervista a Riccardo Cavallo realizzata da Gianluca Garrapa qualche anno fa e pubblicata sul sito Satisfiction: satisfiction.se







mercoledì 31 ottobre 2018

note sull'arte


Intorno ad un atlante

L'atlante è fatto di mappe: non di visioni o vedute, all'insegna delle naturalistiche categorie del paesaggio, ma di sguardi resi di volta in volta possibili, di orbite e percorsi; disegno, dunque. Un atlante individua aree (tematiche e geografiche), contiguità, distanze, e se localizza opere e questioni inerenti alle arti e alle estetiche formula pur sempre un qualche schema temporale, in quanto propone, oltre ad una simultaneità nello spazio, una qualche dislocazione in una sequenza, a suo modo narrativa.

Metonimia per due figure

Si insisterà in queste note su due nomi e due figure, Osvaldo Licini e Pinot Gallizio, due tappe inevitabili di un viaggio nell'astrazione. Ovviamente questo privilegiare la parte rispetto a una totalità che pur si cerca di contornare muove da un intento non certo monografico quanto piuttosto indicativo, nel suo voler far questione dei paradigmi instabili e poco indagati che all'esemplarità opposero quella eccentricità mobile che fu caratteristica non secondaria di un'arte pensantesi fuori dai centri riconosciuti, reali o virtuali, pur non smettendo di attraversarli e facendovi in qualche modo riferimento. In tale procedere per dichiarata inevitabile parzialità, si farà uso del più elementare [strumento], quello della citazione, vuoi testuale, vuoi indiretta.

Due figure per una metonimia

Licini e Gallizio: in diverse epoche ma nei confronti della stessa materia entrambi nichilisti ed azzeratori al punto di cogliere e di far propri, dei progetti estetici in cui sono coinvolti, essenzialmente la pars destruens. Licini per quanto atteneva a quel che di storicamente positivo era teorizzato nel progetto astrattista del suo tempo (costruttivismo, razionalità innovativa); Gallizio per quanto riguardava il sovrapporsi di più linee, da COBRA alla I.S., che asarebbero sfociate, ma questa è storia successiva, in Fluxus. In entrambi la forma si offre come residualità visibile, rovinologia: non solo discorso delle e sulle rovine, ma prolungamento all'infinito della suprema pratica indicata da Jarry di "rovinare le rovine". È di questa "storia" che va alle fasi successive di questo lavoro, individuare, fosse pure in absentia, trame e configurazioni possibili.

Un paesaggio fra somiglianze apparenti

Nelle pagine ironicamente "crociane" e capziosamente antilonghiane di "Storicità e significato dell'arte astratta", pubblicate da Galvano nel '53 in "Archivio di filosofia", sta quasi tutta la questione astratta italiana, le cui risonanze si prolungano nelle operazioni pittoriche dell'autore, "concretismi" polemici e soprattuto "asemanticità"; a tale linea di tendenza si connette, in perfetta autonomia, una serie di esperienze; il cammino antifrastico di una Carol Rama, il silenzio abissale di D'Adda, quasi preminimalista nei suoi entropici precipitati di scrittura, il continuo "porre in esperienzia" di Paola Levi Montalcini, le ampie oscillazioni di Bendini, la misura definitivamente enigmatica e orfica di Davico, i gesti e le grafie di Gorza, spinti con discrezione verso gli evanescenti limiti del visibile, le liciniane "partenze senza ritorno" verso la "Bella irrealtà", antimondi di Gallizio, il canto del sogno nell'astrazione lirica di Tancredi.




Osvaldo Licini