Palmizi fronde azzurro blu su fondo bianco a fuoco d'artificio, il giro di perle nere al collo e sottile argento circonda il polso, il fondo del dorso che la guaina incurva fra tantissimo lusso, le fitte anella, il cuoio scuro. Innamorarsi del proprio sguardo, questo guarda altrove, tempestato di rarefatti e lontani splendori, come la cintura di Urania o la biblioteca delle vacanze (più che opere i tracciati perversi della differenza).
Un bianco che non era nessuna stagione, il muro fresco, colloso, spermatico; l'apertura dell'antica caverna da fissare a tempo indeterminato, fosse o non fosse una parete, così spalmata di lubrificante, forse Malevic od un'ambizione all'acromia, quel grande culo scontornato, si dice. Ormai parlava così: quello che arriva a questa mente; girante in tondo, consapevole chissà come di scioglimenti che si trovano in punti indefiniti.
Si registra: sembra uno spazio domestico, invece è un fondale onirico, una molteplicità di scenari di sogno. Dispositivi cosiddetti di risucchio, che non sono. Non è pertinente parlare di costante entropica, trattandosi di stati fluttuanti, in relazione anche ad investimenti locali.
Per nove anni sulla bianca parete della caverna tutto I'evento. XX sta per: emissione di seme. Qualcuno XX nelle galassie. O doppia Y. Codici defoliati, cercando la frase YY. Non: la mente è così e così oppure la vita è così e così. La parete si può dire spoglia, il luogo destinato della danza, una sottile nebbiosa serica cortina che vibra, dove l'anima vola.
Le pagine subito dopo il blu si aprivano su di una fragranza perduta, un attimo dalla veste minima; quest'ultima: seta. Il sapore delle verdure era preciso come una voce lontana, ed il vino attendeva nella grande ampolla. Le pagine subito dietro il blu si aprivano su di una fragranza perduta, lo era già nel momento del suo scriversi là sopra. Parlarne è un indugio ritardante, tornare ad una promessa remota, recuperare chissà perché nell'effigie. Quel che vi si mostra: la non identità del medesimo e di se stesso.
Intento al vino nel suo stanzino il vecchio vecchio che singolarmente aveva visualizzato nella nerezza delle rupi di Leucades Malevic ed altro colse al termine della caduta il vortice in cui ella si immerse, tsunami o tornado di sinuosa avvolgenza. Solo apparenze che si offrivano alle sfrenatezze sempre crescenti della sua immaginazione (lasciata cadere, inoltre conosco il significato di nessun posto da cui venire nessun posto in cui andare) entro una specie particolare di uniformità tipografica - compresso il tempo, oltre ogni pensabile misura (solo la metrica dilatata dei suoi brindisi).
Bianchi i vortici di bianche schiume, infine il mar fu sopra lei richiuso, bianco il calore che delimitava l'orizzonte degli eventi. Vide per un inteminabile scorrere di eoni una pura delizia, in cui a sua volta immergersi, dove affonda ogni fallo. Se fosse volgarmente parlando: sparita in un'altra dimensione? Per comparire in che altra? Si chiese se esistesse anche un passaggio della cisa in fiamme posta nella città dell'illusione per il luogo di cui non si può dare indicazione alcuna (altrimenti esisterebbe nello spazio), quel che se ne può dire è che è vicino. Non inizia con la nascita né finisce con la morte, è integra ed immobile nei suoi stessi abissi. Se fossero karmiche le ruote che stavano girando, si domandò anche, prima che si dissolvessero.
Fra pieghe di segreti e luoghi dell'anima cercate il regno, il regno è qui, tutto il resto vi verrà dato in sovrappiù. Bianca più che neve, in un paradosso estivo, attraverso lo specchio scuro delle acque, lasciata cadere, il mare un terso bitume, nessun luogo in cui andare, nessun luogo da cui venire.
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