lunedì 13 febbraio 2017

testo da inscriptiones


Nell’opposizione fra parole che non parlano e donne che parlano la pittura non si colloca, a meno di ritrovare le diecimila bocche di Cleopatra, l’icona metastorica vivente, il geroglifico che non esprime rappresenta o contiene idee - probabilmente consiste in quel che si sente o pensa un’idea. Bozze epistolari ammucchiate su scaffali polverosi, paginette di fogliettoni… Tempo che se ne è andato, lasciando tracce simili a mappe. L’esistenza stessa della pittura, il suo sporco segreto - è quanto, segreto, non enigma o mistero - qui strade, frecce, serpenti, scafi, labirinti, in una segnaletica che non rimanda neppure più a sé stessa, come a ridire altrove non sperare, non c’è strada, non c’è nave; sulla natura aneddotica, sporadica, disseminata o foss’anche su vie di ritorno per eventi visivi di questo tipo, forzature siano riuscite o mancate del campo ottico, non c’è da farsi illusioni: già, l’illusione, rassicurante oleografia, trompe l’oeil, rete avvolgente, garanzia di ritorno. La pittura, l’allucinato perimetrarsi del suo dipingere, intorno - ai lati ed ai margini del cuore vuoto di una città, l’ignoto racchiuso nelle zone di confine, li’ lo spegnersi indefinitamente di desideri, passioni amori, riattizzandosi nostalgie senza oggetto e senza fine. Ogni tracciato va a coincidere, entro queste topologie dedalizzate - con il suo scontornarsi; in un capitolo a parte che lentamente si iscrive altrove - bozze epistolari che si accumulano - si dirà o si direbbe di un genio femminile - che ancora tirasse fili, disfasse orditi, generasse luce, ridisegnasse tenebre, proiettasse alla vita figure. Non soccorrono dunque retoriche della linearità, appelli già ascoltati al e del moto circolare, quasi marcare un confine, identificare una distanza non implicasse - anche trasgredendoli e violandoli con ogni ed anche più mezzo a disposizione il restarne prigionieri, ospiti, ostaggi - più di molte altre la vicenda è avventizia, episodica, emergente da magazzini infrequentati, da alcove disusate, da scaffali polverosi, da occasioni improbabili: non c’è strada, non c’è nave, c’è in molte forme l’avventura del serpente e della conchiglia, il fantasma di una mano, il filo strappato di una trama - i multipli destini di qualcuna delle arianne, genii femminili e signore del labirinto - una pittura sempre più latitante come protocollo testamentario di un compiuto declino. Le prospettive visibili dell’avvenire altro non sono che l’orizzonte rovesciato - e privo di sostanza - di un presente che non esiste, di un passato che c’è solo se reinventato. Narrazione costituita dalle tracce di un’altra narrazione perduta. Per dire della pittura che ha un lato notturno andrebbe essa iscritta in ritmo circadiano, quel che ingenuamente si dice appartenenza quotidiana. Niente di tutto questo. Cosa c’è? C’è tutto. Non vi si attende, né ella si manifesta  durante o dopo un’attesa - piuttosto una figura nuda che esce dal muro, nessun protendersi vero il futuro, un ripiegarsi e dispiegarsi nel vuoto archeologico dell’istante, eden ofidico, tracciato labirintico anguiforme, epifania d’una conchiglia, persistente fantasma d’una mano nell’insistenza su alcune parole: dedalico, edenico perduto, tempo che se n’è andato lasciando rovine simili a mappe intorno al cuore vuoto della città - non c’è via, non c’è scafo per te, altrove non sperare.



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